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Storia di un viandante con la “facoltà” di vagare nel futuro e in altre vite tra gli amati luoghi dell’Ossola. Il quarto libro del pittore ossolano è pubblicato da Edizioni Press Grafica – Valeggia, 2016 – pag. 266 – € 16 – Editing di Laura Savaglio. 

dalla PREFAZIONE di Giuseppe Possa

13321795_10210045280467401_6358098914971526290_nNei tre precedenti libri, Giorgio da Valeggia ha descritto parte dei suoi ricordi giovanili, così come gli affioravano alla mente “sul cammino di Santiago”; ha poi proseguito con la sua tormentata biografia artistica ne “La Barca della Provvidenza”. In seguito, nel romanzo “Nulla si è compiuto”, ha raccontato il viaggio che ha fatto a ritroso nel tempo, alla ricerca delle proprie “radici”. Ora, in quest’ultima fatica letteraria, l’autore intraprende un lungo excursus dentro e fuori dal futuro, dando forma e interpretazione alla sua storia nelle successive reincarnazioni… quasi ci fosse un “filo rosso” nel percorso esistenziale, un legame magico, che unisce l’avvenire e il ricordo del passato, col vissuto del presente.

L’autore ne “Il lungo filo rosso” narra, con un pizzico di “galattica” fantasia (fantascienza 992978_666021363413514_608856267_npossibile o futuribile?), misteriose vicende, non solo di attaccamento alla vita e ai propri luoghi, di avventure e sventure che il protagonista è costretto ad affrontare nei suoi numerosi “viaggi” spaziali, ma anche d’amore: anzi, di un’autentica, lunga, storia di passione, sentimenti ed emozioni che persistono nella realtà e nella finzione letteraria.
Giorgio – che nel tempo è anche Edoardo e Viandante – intorno ai settantacinque anni sembra gustare il piacere di viaggiare, di esplorarsi dentro a un sogno, come non gli era mai capitato prima. Infatti, in alcuni momenti di confusione mentale, di disorientamento psico-fisico e di vuoti di memoria, dovuti presumibilmente a qualche precoce malanno della vecchiaia, si trasforma (nelle fantasticherie e negli incubi del romanzo) in un insolito “viandante”, con la “facoltà” di vagare nel futuro e in altre vite.
Così, un giorno – e in seguito molte altre volte – con la sua vecchia Dedra blu s’allontana da casa senza meta, scomparendo per parecchi giorni (rappresenterà qualcosa per lui quella vecchia autovettura che ogni volta viene ritrovata a chilometri di distanza da dove riappare Giorgio, ma ambedue sempre accanto a qualche fonte d’acqua?). Un bel rompicapo, comunque, per il comandante Giordano, della stazione dei carabinieri di Villadossola, visto che il territorio ossolano, dove è ambientata la trama del libro, non è poi così vasto e il protagonista è un pittore ormai noto a tutti.

10372578_10206218657564962_4547018842154440114_n.jpgCon tali “fughe”, il “viandante” percorre milletrecento anni di futuro e con la mente annebbiata, con il peso dello zaino che indossa e con la compagnia di Maxakar (leggendo, si comprenderà cosa rappresenta per l’autore questo grosso cane nero), andrà alla perenne ricerca di se stesso e di Laura – che nel prosieguo della narrazione è anche Arianna, Delfina, Erica – rivivendo con lei, sua duratura compagna di esistenze, il corso e ricorso dei cicli storici della terra e delle genti dell’Ossola.

 La sensazione veramente elettrizzante per noi lettori è scoprire, sfogliando le pagine del racconto, che è tutta un’avventura, un’esplorazione, in territori sconosciuti, dove emozioni singolari ci rapiscono, poiché questi luoghi magici – e in particolare la colorata “bolla” in cui il protagonista incontra “madre natura” – possono diventare i rifugi che ci sorreggono e ci aiutano quando la realtà ci lascia senza sponde. Come se il nostro artista ci mettesse davanti agli occhi un dipinto con una barca e un remo (e c’è un suo stupendo quadro ad avvalorarlo), per scendere il fiume Toce e andare più in là del lago, fino al mare e all’oceano, per poi evaporare oltre l’atmosfera e l’infinito.

Giorgio, a differenza di noi, è probabile che abbia anche uno “scopo” nel trasmigrarsi in 185128_520874331261552_1251596371_navanti, poiché, avendo appreso i segreti del viaggio in diversi periodi temporali, è forse alla ricerca, per sé e per la sua compagna, di un’epoca migliore. Tuttavia, ogni volta torna indietro ed è inevitabile chiedersi, se è “tornato” per raccontare alla propria donna ciò che ha visto e convincerla a “fuggire” con lui, oppure semplicemente perché ha percepito che è il pianeta su cui abita a tenerlo in vita… mentre a farlo “vagabondare” è solo la fantasia, la creatività, il desiderio d’avventura, d’evasione, di preservazione, qui e ora, di un “dopo” che non ha trovato neppure “altrove”.

Che sia questo che cerca Giorgio lungo tale percorso che, a mio parere, s’intreccia con quello interiore della conoscenza di sé e che rappresenta l’anelito di sopravvivenza della vita? E ancora, c’è un “filo” conduttore che lo lega alle persone, cui ha voluto e vuole bene?

Secondo il suo pensiero, le anime simili sono destinate, prima o poi, a incontrarsi di nuovo nei millenni, a prescindere dal tempo, dal luogo o dalla circostanza. Tant’è vero che, oltre a Laura, ha ritrovato anche me in giro per lo spazio, ma io non l’ho riconosciuto, forse perché, a differenza di lui, non sono idealmente alla ricerca di un’eternità, in quanto il mio spirito – come si può intuire – si tedierebbe a contemplare, in un’immortalità infinita, una qualche “luce” soprannaturale!

Spesso, nei vivaci confronti tra noi due, nella Valeggia “reale” di questi anni, mi è capitato di chiedergli: <<Scusa, Giorgio, è tornato qualcuno dall’Aldilà a testimoniare a favore di un Ente Superiore, creatore e ordinatore del Cosmo? Ne hai notizia? Io vorrei conoscere le tue certezze per correggere le mie lacune di essere umano che fa parte di un universo in evoluzigdv123one. Il tuo convincimento è che dietro ogni cosa ci sia un “agente” e questo può far pensare che esista sempre un responsabile (altro da noi) alla base degli eventi, scartando l’ipotesi di un’evoluzione biologica, attraverso le opportunità avute e i processi falliti, le combinazioni impreviste o necessarie e le selezioni naturali. Il rischio è di affidarsi al sacro, finendo per svilire la nostra stessa natura, facendoci escludere l’idea che talune cose possano accadere semplicemente per caso, senza una logica specifica o senza una ragione semplice da individuare>>.

E chiarivo, dopo interminabili e inconcludenti scambi d’idee: <<Caro Giorgio, il nocciolo, l’essenza, la verità, non si saprà mai e non ce la risolveranno né la scienza né le religioni. Nel frattempo – pensando a una “natura” indifferente nei nostri confronti (poiché quelli che noi definiamo disastri, distruzioni, desertificazioni, scioglimenti di ghiacciai, buchi neri ecc. ci sono stati anche prima della nostra apparizione e per lei non ha proprio importanza se, con il nostro comportamento insensato, ne acceleriamo i processi) – nel frattempo dicevo, io accetto la vita per quello che è… e sereno cerco di godermi ogni attimo, bello o brutto che sia… perché il senso della vita è la vita stessa… in attesa di “tornare polvere”>>.

gdvfiume2Certo, da buon pittore e scultore, Giorgio costruisce, in questo “lungo filo rosso”, la vita come fosse argilla che si plasma con le mani e cerca, quindi, di dare forma e valore alla propria esistenza. Pure a questo serve l’arte: a raccontare ciò che nella realtà non c’è, ma si può inventare con la fantasia. Quello per cui il Cosmo, nell’immaginazione, si fa mondo, territorio, abitazione, casa, io. Insomma, nel “pulviscolo dell’universo”, siamo tutti impastati di particelle – materia ed energia – che risalgono a prima dei nostri pianeti e proseguiranno anche dopo, senza alcuno scopo.
Di sicuro, pensare in modo diverso può ampliarci le vedute verso orizzonti inesplorati, può aiutarci in qualche maniera a vivere più sereni, sebbene le cose a cui ci aggrappiamo, col passare degli anni, ci appaiano sempre più effimere e, di fronte alla morte, addirittura inutili, così come lo sforzo speso per realizzare i nostri sogni. Noi, non c’è dubbio, vorremmo fermare la natura, trattenere il tempo (e chi lo rifiuterebbe), ma non possiamo afferrare ciò che ci sfugge inesorabilmente. Quella che, però, io ritengo solo una fuga dalla realtà, cioè la speranza nella sopravvivenza dell’anima, per Giorgio da Valeggia diventa la ricerca del mistero nel divino planetario.

Tutto questo, dunque, lo possiamo appurare nel romanzo, a cui Laura, con mano sublime, ha saputo dare purezza di stesura alla sconfinata fantasia dell’autore.

Vedremo la popolazione dell’Ossola subire una grande catastrofe, provocata dal cedimento10342471_1035584739790506_3668136092763197957_n.jpg di alcune dighe; assisteremo alle piccole guerre locali per la supremazia territoriale… A tale proposito: il capoluogo sarà Prata con il suo importante porto sulla Toce, oppure Capraga che vanta la sicurezza delle terre alte? E il Monscera manterrà il proprio primato come “porta”, sulla via interplanetaria verso il pianeta Veseva? E da dove sono spuntate le risorse per costruire il megagalattico aeroporto di Masera? E quali paure e senso dell’abbandono hanno provato quelle genti di montagna, quando i Padri sono partiti alla conquista dello spazio? E ancora, il “viandante” riuscirà a sconfiggere Maxakar? E la frazione di Valeggia resisterà per milletrecento anni? Ma soprattutto – anche se la domanda pare già da subito superflua – Laura e Giorgio, seguiteranno ad amarsi per tutto quel tempo?

Con questo viatico, via via che si procede nelle pagine del romanzo (con una sintassi narrativa per strutture sequenziali, ora in avanti ora indietro, ma precise nella progressione logico-temporale) i lettori potranno scoprire riferimenti a individuali radici intime o attivare quella fonte di energia vitale che più si avvicina a veder fiorire il seme del proprio io. L’importante, dopotutto, è trovare la personale àncora di salvezza in mezzo a questa umanità sottomessa al dolore e in cerca di una speranza, al di là della morte certa (e non solo corporale).

Secondo me, l’esistenza non è un dono divino o di chissà quale Ente Supremo e nemmeno solo della “natura”: la “vita” è trasformazione, evoluzione millenaria, e non ha avuto principio, né seguito, senza titanica “fatica” (lo sapevano già i nostri Padri… che l’hanno “mitizzata”… per tornare a sopravvivere nell’Eden primordiale ed eterno!). Buona lettura.

Giuseppe Possa

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<<La vita che gli sfugge di mano spinge lo scrittore a visitare le sue esistenze future, viaggiando nel tempo. L’acqua e l’amore per la sua donna sono il filo conduttore di questo romanzo pieno di suspence>>. (Laura Savaglio)

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