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C’è un pittore che abbia creato una miriade di opere qualitativamente buone per una vita intera, senza una ragione plausibile, se non quella compulsiva? Ebbene questo genio “folle” è esistito e ha il suo nome.

E’ possibile che un artista – dopo il diploma a Brera con un maestro come Aldo Carpi e condiscepoli quali Cassinari, Morlotti e altri pittori, con cui ha esposto e che in seguito sono divenuti famosi – per quasi 40 anni disegni chine, carboncini, acquerelli su carta o altri supporti (ne sono stati inventariati e catalogati, per il momento, circa 5.000) e dipinga una miriade di tele – opere tutte di abilità segnica e figurativa degne di un autentico maestro – senza mai più esporre, né vendere un’opera, anzi evitando chi cerca di riportarlo nelle gallerie e muoia senza che qualcuno, escluso i familiari, fosse a conoscenza di quanto abbia saputo produrre il suo talento? In altre parole: c’è un pittore che abbia creato opere di buona qualità per una vita intera, senza una ragione plausibile, se non quella compulsiva? Ebbene questo genio “folle” è esistito e ha un nome: Angelo Corrado Selvini (certo ci sono altri esempi di artisti non noti al pubblico e prolifici, ma loro, al contrario di lui, comunque lottarono per emergere o per non farsi emarginare, senza riuscirci).

E’ per caso che quest’estate, accompagnato dall’amico e pittore Sebastiano Parasiliti, ci siamo fermati a Meina attratti da un cartello che invitava a visitare la mostra di un pittore a noi sconosciuto. Appena varcata la soglia della Galleria indicata, la “MeinArte”di via Bedone 21, siamo rimasti subito affascinati da una cinquantina di disegni ben incorniciati che mostravano l’abilità di un artista d’altri tempi. Luigi Masi, genero di Selvini, notando il nostro interesse, misto a meraviglia, ci ha fornito alcune informazioni su di lui. Affascinati dal suo racconto, gli abbiamo chiesto di poter visitarne lo studio e così abbiamo incontrato la figlia del pittore deceduto nel 1983, ad appena settant’anni. E’ lei che subito ci ha dato qualche ragguaglio biografico, mentre noi curiosavamo attoniti tra le cartelle dei disegni, poste su apposite mensole. E il nostro stupore si manifestò pure quando abbiamo osservato tutte quelle tele, ben allineate su alcuni scaffali, da cui di tanto in tanto ne estraevamo qualcuna a caso per ammirarne i soggetti, per lo più paesaggi dai colori rossi e verdi che prevalgono sui toni un po’ tenui dei cieli o nei begli impasti cromatici dei mari colti nei loro aspetti più caratteristici, oppure nei contrasti sfumati delle marine. In esse l’autore ha saputo fondere bene anche cielo e mare, spesso accompagnati in primo piano pure da una striscia di spiaggia o di terra con toni accesi, dal sapore decorativo. Nelle belle nature morte o nelle figure, infine, ci sembra che egli abbia tentato colorazioni ancora più audaci.

INCONTRO CON LA FIGLIA – <<Mio padre>> ci dice Teresa, unica erede di questa fortuna che lei, il marito e la loro figlia vorrebbero ora portare a conoscenza del pubblico e magari parte di essa destinare a qualche museo che ne valorizzi l’autore, <<fu registrato all’anagrafe il 29 gennaio del 1913 come Angelo che in seguito cambiò in Corrado, quale nome d’arte. Trascorse tutta la sua vita a Meina è morì ad Angera durante un ricovero ospedaliero>>.

https://i1.wp.com/pqlascintilla.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/140233/280_0_4509603_146284.jpgDopo il Liceo Artistico, Selvini si diploma all’Accademia di Belle Arti di Brera, sotto la guida di Aldo Carpi (con lui hanno lavorato quattro generazioni di artisti, da quelli di Corrente al gruppo del “realismo esistenziale” degli anni Cinquanta), docente particolarmente ammirato dai suoi allievi, a ciascuno dei quali lasciava piena libertà di scelta espressiva e anche Selvini fu incoraggiato a impegnarsi in una ricerca personale. In seguito, s’iscrive alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, dove incontra Giorgio Labò che lo appassiona all’architettura organica, un tema che lo coinvolgerà per tutto il corso della vita. <<In quel periodo era molto sereno>> afferma la figlia, <<Trascorreva il tempo con gli amici, compagni di corso, al mare o qui nella sua casa di Meina, divertendosi e discutendo con loro di arte, ma soprattutto disegnando. Amici che lo entusiasmavano e con cui collaborava, nonostante il momento storico difficile, e che poi saranno gli artefici di movimenti artistici di grande rilievo>>. Con Cassinari, Morlotti, Valenti e altri pittori noti si ritrovavano spesso sul Lago; Selvini, in quel periodo, espone anche con Bassano Vaccarini e in seguito con Vittorio Tavernari.

Siamo negli anni antecedenti l’ultima guerra e le tensioni, i turbamenti, le difficoltà, che si vivono in quel periodo cominciano a intaccare l’equilibrio psicofisico, già precario, di Selvini. Occorre ricordare che a soli 22 anni perde il padre, in seguito a una lunga malattia. Fu quello un primo duro colpo, perché rappresentava per lui un importante punto di riferimento, dettato anche dal forte rapporto che li legava. <<Mio nonno>> prosegue Teresa <<era decoratore; possedeva una ditta con operai a Milano e operava in Italia e all’estero: molte ville sul lago Maggiore sono state impreziosite dai suoi lavori. Può capire quanta influenza abbia avuto tutto questo su mio padre, sia sotto l’aspetto artistico, sia per le possibilità economiche che gli permisero di proseguire gli studi e di comprare la casa, che per tutta la vita fu un suo “rifugio” di straordinaria importanza>>.

<<Selvini>> come annota il critico Liviano Papa, nella presentazione della mostra di Meina, <<è un artista che, nel suo percorso formativo vive il grande dibattito culturale che si andava diffondendo dagli anni Quaranta in poi, vivacizzando i fermenti creativi del capoluogo lombardo che si svolgevano nell’area dell’Accademia di Brera (iscritto ai corsi del maestro Carpi) e alla galleria il Milione e al Caffè Giamaica. Nell’ambito di questo clima culturale, il Nostro vede e partecipa con grande impeto e spirito di osservazione al nuovo che avviene intorno a sé. La sua forza lavorativa e di ricerca è impressa nel disegno, immediate immagini che traccia su una superficie cartacea o altro materiale>>.

In quel periodo, mentre i suoi compagni di corso, più combattivi e intraprendenti, si fanno largo negli ambienti culturali, Selvini preferisce rinchiudersi in sé, nonostante che in quella fase di vita sociale e artistica abbia esposto con loro in mostre personali o collettive a Milano, Rapallo, Varese, Novara, Sestri Levante, ottenendo critiche positive riproduzioni di sue opere su quotidiani o riviste specializzate (Secolo XIX, Il Telegrafo, Mare, Il Popoloimg_1446 d’Italia, La Sera, L’Ambrosiano, L’illustrazione Italiana, La Gazzetta del Lago Maggiore, L’Italia Giovane, Il Giornale d’Italia, Il Corriere della Sera, Turismo, Humana, Glauco) e sul volume “Considerazioni sulla Pittura Italiana dei Giovani” di Egidio Bonfante, Edizioni d’arte G.G. Gorlich, Milano, 1945. Dopo quel breve intervallo di tempo, nel quale rafforza il suo stile espressivo, pur lavorando costantemente anche durante la guerra che vive da rifugiato in Svizzera, si isola sempre più dal resto del mondo. <<Non si sa>> sostiene la figlia, <<quanti e quali motivi personali a noi ignoti, abbiano influito su tale scelta. Tuttavia, dopo il conflitto mondiale, prosegue a gestire la ditta paterna, ma continuando a dipingere e disegnare in una completa solitudine, nata dalla necessità distorta di operare senza confronti né relazioni, se non con se stesso>>.

1-selvini-corradoDi tanto in tanto, gli ex compagni cercano di farlo uscire dal suo “isolamento”, invitandolo a partecipare a qualche mostra, ma dal suo mondo, in cui continua a esprimersi autonomamente con una propria fantasia estroversa senza freni e inibizioni, nessuno riesce più a distoglierlo. Selvini, tuttavia, non smette mai di interessarsi, attraverso la lettura di giornali e riviste o documentandosi su testi saggistici, di ciò che accade nel mondo dell’arte.

Nel 1952 si sposa e con l’adorata moglie inizia una nuova vita, sostenendosi e lavorando insieme. Nel frattempo, infatti, hanno aperto ad Arona il “Colorificio Aronese”, unico nella zona, e questa nuova attività permette a lui di riprendere i contatti reali con le persone, rappresentate dai numerosi clienti che frequentano il negozio. Nel 1956 nasce la loro unica figlia e la vita dell’artista si svolge e scorre tra lavoro, famiglia e i suoi fanimg_1462tasiosi progetti, senza lasciarsi attrarre dal passato, anche se qualcuno torna alla carica per coinvolgerlo nuovamente nel mondo intellettuale. <<Raccontagli di quella volta che si negò persino a un giornalista, critico e scrittore come Dino Buzzati>> interviene Luigi, rivolto alla moglie Teresa. <<Ah, sì. Pensi che l’autore de “Il deserto dei Tartari”, che scriveva sul “Corriere della Sera”, lo volle incontrare e si presentò qui a casa; vedendolo in giardino, ma non conoscendolo di persona, si rivolse a lui chiedendo del pittore Selvini. Mio padre gli rispose: “Il maestro non è in casa, io sono il giardiniere”. Il perché di tutta questa ritrosia rimane veramente un mistero e si contrappone decisamentescritto-selvini-corrado alla sua morbosa idea di essere un “grande artista su cui ha costruito, nella seconda metà della propria vita, il castello della sua fantasia: una specie di “protezione” attorno alla sua arte fino a renderla “intoccabile”, forse per paura di renderla “contaminata” o di essere “copiata”. O forse semplicemente per ritrosia… questo non si riuscirà mai a capire. Ce ne sarebbero di episodi stravaganti, di ricordi curiosi da narrare o di momenti difficili che ha attraversato e che è riuscito a superare come sempre attraverso il disegno, un dono meraviglioso che per lui è stato terapeutico, ricco di bellezza e purezza>>.

Schivo com’era, Selvini trascorse così gli ultimi decenni della sua esistenza tra genio e malessere, creando praticamente di nascosto, su carte di ogni tipo, con matite, sanguigne, carboncini, colori a pastello, a china o ad acquerelli, un’infinità di disegni con figure di ogni genere, spesso contornate da forme decorative o estrosi ghirigori. Tutto un patrimonio che ha lasciato alla storia – certamente a suo discapito, perché non ha mai esposto né venduto e che pochi intimi hanno avuto modo di apprezzare – ora, però, merita di essere portato a conoscenza del grande pubblico. E’ ciò che la figlia Teresa sta facendo,500_0_4507597_146284 con grande soddisfazione sua e del marito che l’aiuta con passione in questo gigantesco lavoro di catalogazione: <<Solo dopo la morte>> ci informa, <<sono state esposte le sue opere, a nostra cura, in mostre personali o collettive a Meina, Lesa e Pettenasco. Alcune di questi lavori sono stati pubblicati sul libro “I pittori del Lago Maggiore” a cura di Liviano Papa, Giannino Piana, Mario Pagliano, nel 2011. Sono felice all’idea che si possa realizzare davvero quello che è sempre rimasto un sogno di mio padre… e da sempre anche per me. Vorrei oggi, assieme alla mia famiglia, poterlo concretizzare e trasformare in realtà. E allora avanti… la pressa con la scritta “Museo Selvini” l’ha lasciata papà in eredità ed è pronta per essere utilizzata… nella speranza che possa imprimere un marchio, se pur con la dovuta modestia, anche nella storia dell’arte e nel cuore delle persone>>.

500_0_4507611_146284E noi glielo auguriamo, perché sempre come asserisce la figlia Teresa: <<Fu un personaggio straordinario e stravolgente nello stesso tempo, che ha donato la sua vita all’arte lavorando incessantemente con tutto se stesso>>. Certo che allora per lei, ragazzina, era difficile capire l’atmosfera particolare che aleggiava sempre intorno a lui, eppure è così vivido in lei il ricordo della sua figura rapita dalla passione, dove il tempo non esisteva più. Lo si percepisce dalle sue parole, quando conclude: <<Me lo vedo ancora lì mentre muoveva la penna in modo rapido e insieme ad essa mutava di continuo espressione, interpretando mille emozioni. Sparsi sul tavolo c’erano boccettini di china, libri, fogli di carta, matite e pennelli… e attorno un silenzio quasi “religioso”, rotto di tanto in tanto da un’esclamazione… una risata… e qualche volta pure una cantata…>>.

CONSIDERAZIONI FINALI – In definitiva, come si può giudicare – lasciando, ovviamente, agli storici dell’arte uno studio più approfondito – questo artista sconosciuto, che ha voluto isolarsi a carriera brillante appena iniziata, ma prolifico per tutta la vita, senza mai esporsi in pubblico? Occorre osservare, innanzitutto, che dopo l’ultima guerra, si formarono indirizzi artistici diversi, che apparirono sulla scena così velocemente da500_0_4507598_146284 risultare, nel tempo, quasi indistinti. Nacquero, s’intrecciarono, si distinsero o si fondarono una miriade di correnti, di gruppi e di sigle: astrattismo, nuovo realismo, espressionismo leggero di «Corrente», unitamente all’intricata foresta dell’informale italiano, nella quale confluiranno i manifesti teorici precedenti, divenuti improvvisamente vecchi già a metà degli anni Cinquanta. Da questo clima, in essere ancora prima del conflitto mondiale, egli maturò e coltivò poi in proprio e da isolato (una solitudine estrosa e insolita la sua) il proprio stile che, in un certo senso, fu mediato e maturato con pittori coevi a lui, accomunati da una netta appartenenza all’area milanese, in una visione razionalista e progettuale. Una visione lombarda (politecnico-artistica) che ha saputo esprimersi mescolando i linguaggi cosiddetti alti e bassi della cultura e che lui ha frequentato da studente. A queste fonti si era, pertanto, dissetato Selvini, per cui se in lui si riconoscono tracce e segni di autori noti, essi non sono generati da imitazione, ma dall’aver vissuto con loro di persona quelle ispirazioni primarie, conservate e usufruite poi nel prosieguo della sua esperienza. I suoi sono segni intimi che si rintracciano sui personali fogli di carta e che 900900_0_4507587_146284custodiscono memorie di prima mano, non di riporto. I lavori di Selvini, coprono un arco temporale dagli anni trenta a quando morì (1983), e presentano soggetti da sempre a lui cari, tanto da riproporli in continuazione nelle numerose opere: paesaggi (dai meravigliosi scenari nel fitto tratteggio), ritratti (resi nella peculiarità distorta delle fisionomie e insieme nella naturalezza delle espressioni), bambini, maternità, nature morte, fiori, cavalli, cani e altri animali, molti nudi, amazzoni, oggetti vari, crocifissioni, scene da circhi equestri, soffiatrici (per lo più circoscritte con elementi che le racchiudono), profili di donne “con trablà, frangiseno, spiltri e glebbie”, personaggi stravaganti e composizioni varie che paiono uscite da ambienti metafisici e surreali. I numerosi disegni riempiti da immagini sono scaturiti dalla sua fantasia d’immensa stravaganza e realizzati con tecnica lieve e personale nella sua finitezza. La produzione artistica di Angelo Corrado Selvini è il frutto di una continua ricerca negli anni, che gli ha permesso di raggiungere una dimensione di estrema sintesi, caratterizzata dalla precisione e dall’eleganza del tratto, in creazioni che mettono in luce l’abilità e la sensibilità dell’artista, rivelando una padronanza e una profondità di visione di rara densità emotiva.

Giuseppe Possa

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Sebastiano Parasiliti, Giuseppe Possa, Luigi Masi

Informazioni:

E-mail: teresa.selvini@alice.it

Tel: 345 0781070

Sito: www.selvinicorrado.it

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