immagineQuesto libro si pone come obiettivo quello di indagare, simbolicamente ed economicamente, il fenomeno di Expo 2015, il più grande evento dell’alimentazione mondiale svoltosi a Milano lo scorso anno.

Gli autori, Luca Ciurleo e Samuel Piana nel risvolto di copertina scrivono: Tutti abbiamo visto Expo, ma quanti si sono soffermati più sullo spettacolo piuttosto che sui reali contenuti? Questo libro serve a vedere l’Esposizione universale di Milano 2015 e anche di Milano 1906, oltre le mere apparenze degli scandali invece che delle file chilometriche ai padiglioni e riflettere su un domani ancora tutto da definire.

Si tratta di un viaggio nell’alimentazione e nelle differenze, con l’occhio sempre a dovepianciurleo andrà a finire e come sarà il cibo del futuro, il tutto corredato da una sequenza di esempi e di case study, presentati proprio in una serie di conferenze tenutesi al Future food district di Coop, nel cuore dell’esposizione universale. Un libro in cui si mescolano tematiche tra il locale e il globale, tra Ossola e resto del mondo… (Pubblichiamo qui l’intervento, che appare sul volume, tenuto da Giuseppe Possa del blog PQlaScintilla nella conferenza conferenza del 20 giugno 2015 all’Expo).

La pittura vigezzina all’Expo.

Il cibo ha sempre avuto un millenario legame con l’arte figurativa fin dal periodo preistorico. Basti pensare ai dipinti murali in grotte e caverne in cui sono raffigurati animali o scene di caccia, così come nelle eleganti raffigurazioni degli antichi egizi e via via dall’epoca classica fino a quella moderna e contemporanea, con ampio risalto nel Medioevo e nel Rinascimento. In ogni secolo, sia nei soggetti religiosi o profani, ma soprattutto nelle composizioni delle nature morte, appaiono vivande di ogni genere, sullo sfondo oppure in primo piano, a volte anche con significati nascosti o misteriosi. Le opere del passato, inoltre, ci danno la dimensione della cultura e delle tradizioni culinarie del tempo, testimoniando le abitudini dei ricchi e della povera gente, quando non c’erano ancora la fotografia e le riprese cinematografiche.

pitvigeznmAnche in Valle Vigezzo gli artisti, oltre gli stupendi paesaggi della loro terra, hanno raffigurato quello che era il rapporto delle popolazioni di montagna con il cibo e il lavoro agricolo necessario per le loro sopravvivenze. Ecco allora le molteplici nature morte, con polenta, insaccati, formaggi o frutta e verdure in abbondanza (che offrivano anche la possibilità di dare una più viva stesura cromatica alle opere), i pittori locali con estro e originalità affrontavano pure altri temi, come i lavori nei campi, gli armenti al pascolo, le tavole imbandite in occasioni di feste, gli interni di cucine o di camini, in cui si preparavano le pietanze.

Furono maestri quali Cavalli, Fornara, Ciolina, Giorgis e tanti altri – grazie alla Scuola di Belle Arti Rossetti Valentini di Santa Maria Maggiore che frequentarono (un ciclo di studi artistici davvero unico per una zona montana e isolata come l’Ossola) – a dare lustro alla Valle Vigezzo, al punto da essere ancora oggi definita per antonomasia la “valle dei pittori”.

Infatti, senza questa prestigiosa scuola, La Valle Vigezzo non potrebbe vantarsi di annoverare, tra i suoi personaggi, i grandi pittori che ha avuto. Tuttavia, questo fecondo periodo artistico, si è potuto formare per l’incrociarsi di precise circostanze, che cercherò di riassumere.

La Valle Vigezzo aveva avuto tra il Settecento e l’Ottocento ottimi affrescatori e pittori di maniera (i Borgnis, i Peretti, i Rossetti, i Simonis e i Sotta con le loro scuole), creatisi sugli insegnamenti, tramandati di padre in figlio, di quegli artisti che erano stati chiamati un po’ da ogni parte d’Italia, tra i secoli XV e XVI, a decorare e ad abbellire le Chiese della Valle. Molti di loro, per mantenere la famiglia, spesso numerosa, erano costretti a svernare in paesi stranieri: venivano così a contatto con culture diverse che inevitabilmente assimilavano, riportandone poi in patria gli aspetti più significativi.

Gian Maria Rossetti Valentini (1796-1878), come altri pittori conterranei che avevano540x404 girato l’Europa, era approdato in Francia, perfezionandosi nelle Accademie locali e ricoprendone in seguito con onore alcune cattedre di disegno (lo dimostrano anche i numerosi riconoscimenti), senza per altro eccellere in modo particolare. Al suo rientro in Vigezzo, avvenuto nel 1868, aprì a proprie spese una scuola di pittura, che raccolse attorno a sé numerosi allievi. Poco prima di morire, e precisamente il 27 marzo 1878, con un gesto generoso, dettato dall’amore che egli nutriva per la sua Valle, istituì una Fondazione, dotata di un notevole patrimonio, che a lui s’intitolava: <<Per essere utile ai miei cari figli, poveri della Valle, e non giammai per servire a qualunque altra destinazione>>. Un autentico benefattore, privo di quello “spietato” egoismo che contraddistingue gli arricchiti contemporanei. Dunque, un uomo lungimirante, filantropo, che dopo essere giunto a una buona posizione sociale ed economica, si rende conto che il proprio successo va condiviso con i meno fortunati: <<Dono, lego e lascio>> si legge nel testamento, <<dopo la mia morte, tutta la modesta mia fortuna alla scuola gratuita di Belle Arti che ho stabilito e fondata perpetua in Santa Maria Maggiore… Ordino alla Commissione di regolare costantemente alla buona tenuta e conservazione delle stampe, disegni, gessi, statue, musica, strumenti di musica, come pure la biblioteca che ho collocato nella Scuola>>.

Carlo Giuseppe Cavalli (1823-1892), un buon pittore che aveva soggiornato a lungo in Francia, nel 1881 rientrò a S. Maria Maggiore, chiamato ufficialmente a insegnare alla ”Rossetti Valentini” con uno stipendio (allora molto alto) di 2.000 lire annue, e ne tenne la cattedra fino alla morte. Era aiutato, in tale incarico, dal figlio Enrico (“seppure allievo del padre, si trovò con lui a collaborare nella formazione determinante di coloro che, appena poco più giovani di lui, gravitavano attorno alla Scuola e negli studi dibattevano le nuove idee”, come ha raccontato Davide Ramoni nel suo libro dedicato alla Scuola).

Enrico Cavalli (1849-1919) aveva allora poco più di trent’anni, aveva frequentato l’Accademia di Belle Arti di Lione, e nei suoi soggiorni francesi era venuto a contatto con pittori come Adolphe Monticelli e aveva assimilato alcune grandi correnti della pittura moderna (Delacroix, la Scuola di Fontainbleau ecc.), per cui “diventò lui – come scrisse Guido Cesura – il vero maestro della piccola schiera di allievi che frequentava la Scuola”. Al decesso del padre (1892), Enrico Cavalli non riuscì a vincere il concorso per l’insegnamento (“vi erano aspiranti raccomandati”); ottenne provvisoriamente la nomina nel 1901 e poi dal 1917 fino alla morte (1919).

carlo-fornara-ultimi-pascoliNessun seme che cada nella sabbia dà frutti. Infatti, gli insegnamenti del Cavalli trovarono terreno fertile nel Fornara, nel Ciolina, nel Rastellini, nel Borgnis, nel Besana, nel Peretti jr, nei Giorgis, nel Ferraris e, in epoca più recente, si ricordano Giuseppe Magistris, Alfredo Belcastro, Camillo Besana, Alfredo Acetosi, Aldo Dresti, Antonio Gennari, Verdiano Quigliati, Carletto Giorgis e, ancora attualmente vivente, Pio Ramponi, ma non ho fatto che alcuni nomi, anche se non proprio tutti sono legati alla Scuola Rossetti Valentini.

Il grande apporto che questi pittori diedero al mondo delle arti figurative e il lustro che portarono al proprio paese è a tutti noto.  Di certo, è che con loro si chiuse il periodo più fecondo e stimolante della Scuola Vigezzina (che comunque, con vicissitudini alterne e periodi di transizioni, sopravvive ancora oggi, sebbene solo con corsi estivi). Tra gli ultimi allievi che hanno frequentato i corsi regolari della Scuola di S. Maria Maggiore, sotto la guida del maestro Severino Ferraris, troviamo, tra gli altri, Carlo Mattei, Maria Pianzola, Pier Giorgio Novellini, Giovanni Mellerio e Susy Giorgis.

Giuseppe Possa

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