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Pittore e incisore; siciliano di nascita e milanese d’adozione. Un artista che ha sempre operato con rigore professionale. Il Museo della Permanente di Milano gli ha dedicato una mostra e un catalogo. Dal 26 giugno 2017 espone alla Bocconi le sue opere recenti.

santoro14<<Ho sempre fatto il pittore. A questo mestiere – come dicevano i miei maestri – bisogna dedicarsi nell’assoluta totalità. Fin da ragazzo disegnavo d’istinto. Già intorno ai 14 anni, a livello locale, c’era gente che stimava e apprezzava i miei paesaggi. Ero attratto soprattutto dal mare, dall’isola Salina all’orizzonte, dall’ampio cielo terso e dai tramonti: un mondo osservato, ovviamente, con occhi adolescenti. A coinvolgermi, però, nel profondo sono stati i complimenti di artisti come Motti, Pizzinato, Mirabella, Zancanaro, che a quei tempi venivano a Capo D’Orlando, dove il comune organizzava ogni anno un premio di pittura (tuttora esistente), invitando personalità di fama e io mi ero intrufolato tra loro, spinto dalla curiosità e ammirazione giovanile. Fu Giuseppe Motti a far notare agli altri i miei quadri, a dirmi – vista l’età – che avevo un’inclinazione spontanea per il “segno”. Fu di certo allora che, affascinato da quei personaggi illustri, decisi di “abbandonarmi” interamente all’arte. In poche parole, mi sono ritrovato che dipingevo>>.

A parlare così è Tano Santoro, pittore e incisore, nato a Naso (Messina) nel 1940, che ho incontrato di recente nel suo studio di Milano, dove vive e opera, in via Bettini al 6.

santoro36All’inizio degli anni Sessanta, molti giovani del Sud, e lui tra questi, come mi racconta, emigrano al Nord in cerca di lavoro e di fortuna. I primi tempi sono irti di difficoltà, ma egli nutre grandi speranze per il suo futuro artistico. Dopo numerose vicissitudini nel capoluogo lombardo, rintraccia vari artisti: tra essi c’è Giuseppe Motti che, ricordandosi di lui, lo accoglie come allievo e assistente-responsabile del suo atelier. Trascorre qui un avvincente periodo di esperienze tecniche, praticamente un prezioso apprendistato. Inoltre, entra in contatto con alcuni tra i pittori più noti del tempo e tutti gli sono prodighi di suggerimenti e aiuti, anche perché il ventenne Tano sa farsi ben volere, desideroso com’è di capire e impratichirsi del mestiere e, soprattutto, ascolta con attenzione e umiltà.

Grande importanza per la sua futura attività d’incisore è la frequentazione di Tono Zancanaro, allora uno dei maggiori esponenti della grafica contemporanea, dalle cui lezioni Santoro ha acquisito l’esperienza per creare, con maestria, vigorose acqueforti, puntesecche e acquetinte.

Nel prosieguo degli anni, egli si lega d’amicizia con altri illustri maestri, in particolare con lo scultore Giuseppe Scalvini che non gli risparmia utili consigli: <<Ho sempre avuto una grand’ansietà e un forte desiderio di progredire, per questo facevo tesoro degli insegnamenti che ricevevo, ma nel contempo mi dedicavo con perseveranza ad una personale e lenta ricerca>>, racconta.

Approdato a una perizia stilistica propria e ricca d’esperienze diversificate, negli anni s-l225Settanta si rende indipendente e apre uno studio in corso Garibaldi, zona assai frequentata (ancora oggi) da artisti d’ogni genere. Sono momenti difficili, ma egli è caparbio (<< come un mastino >>, si lascia sfuggire) e prosegue per la sua strada (<<L’arte è l’essenza della vita per chi ha fatto simile scelta>>, aggiunge): un sostegno gli viene da Franco Cafiso, un gallerista che gli colleziona diverse opere. Si costruisce anche una propria rete di collezionisti privati: <<Ma non mi sono mai lasciato prendere dalla smania di produrre a tutti i costi e ho sempre operato con rigore professionale>>, precisa.

santoro26Nella pittura, come nell’incisione, Santoro approfondisce continuamente il segno portante che gli consente di reinventarsi le forme, senza mai incappare nello scontato semplicistico: <<L’opera non deve mai scadere nel compiacimento>> commenta, << al contrario, in essa ci devi navigare dentro, entrarci di prepotenza e lasciarti coinvolgere, come in un atto d’amore. Io lavoro molto sul “segno”, il quale determina e caratterizza il tutto. Al rapporto segno-colore è legato quindi il mio modo di essere pittore: con esso porto avanti i progetti, per approdare a tele di maggior respiro, cui cerco di infondere un senso d’emozione intensa>>.

La vasta esperienza gli deriva dal costante lavoro, dagli incontri con colleghi e critici (hanno scritto di lui, tra gli altri, Mario De Micheli, Davide Lajolo, Enzo Fagiani, Raffaele De Grada, Dario Micacchi, Lucio Barbera, Giorgio Seveso, Dimitri Plescan, Giuseppe Migneco, Carlo Munari e Gianni Pre direttore di ControCorrente che a Santoro ha dedicato un numero). Santoro ama molto viaggiare: <<All’inizio occorre guardarsi intorno >> dice, <<copiare cosa fanno gli altri: per questo ho visitato musei e gallerie, in Italia e all’estero, con recenti puntate in Australia e negli Stati Uniti. Ho studiato l’arte antica e la moderna, interessandomi di tutti gli autori che ne hanno segnato la storia nel tempo. È da questa lezione a tutto tondo che trae origine la mia continua ricerca pittorica>>.santoro01x

Santoro prosegue, con animazione: << Ci sono migliaia di pittori – appunto perché dipingono – ma la scelta di un pittore nella sua totalità è ben altra cosa: egli, infatti, non deve solo produrre un quadro, ma un’opera che lo rappresenti nella sua forza pregnante e nella sua sensibilità poetica, che lo esponga completamente, mettendone a nudo l’anima >>.

Un uomo che vive simili prove esistenziali – e lui è tra questi – deve prima di tutto reiventarsi la vita: <<Vedi>> afferma, <<dietro a tale modo di intendere e di essere, il pittore-artefice lotta disperatamente perché ci crede, se poi riesce ad affermarsi e a ottenere validi riconoscimenti, tanto meglio. Il resto è vano>> e conclude: <<Lavoro innanzitutto per me, per soddisfare il mio pensiero: immagino le mie opere esposte in spazi anonimi, ma che riescono a comunicare, in senso universale, il modo di essere dell’autore>>.

Mentre parla, Tano si aggira calmo per lo studio, di tanto in tanto mi mostra qualche quadro di grande formato e sembra tagliare l’aria con un gesto largo delle mani, descrivendomi sulle opere, il perché dello scorrere del colore e delle linee.

santoro30Prima di congedarmi, sfoglio alcuni cataloghi delle mostre personali, a partire dal debutto del ’67 a Piacenza, poi negli anni successivi a Milano, Messina, Venezia, Roma, Detroit e via via in numerose altre città italiane e straniere. Leggo ritagli di giornali, riviste, pubblicazioni diverse: scopro così che la prima esposizione, cinquant’anni fa, è stata recensita su <<L’Unità>> dal critico Mario De Micheli: <<…Santoro lavora calmo e serio nell’area di una figurazione esplicita, di sapore realistico, la sua emozione nasce sulle cose direttamente: non si pone problemi che lo travalicano…>>. Ma Tano, vista la mia sorpresa, con la sincerità che gli è congeniale, dice: <<Sai, De Micheli ha scritto quel trafiletto per l’amicizia che lo legava a Motti, del quale appunto ero allievo>>.

È questa sua schiettezza che lo rende autentico: non occorre, infatti, millantarsi, il tempo è galantuomo e il tempo ha lavorato a favore di Tano Santoro, che oggi è considerato un artista originale, con una posizione di specifico rilievo nella pittura contemporanea. Nell’assoluta totalità, per dirla con l’espressione dei suoi maestri e a lui tanto cara: un motto che l’ha accompagnato sempre – agli esordi come nella maturità – tela dopo tela, lastra dopo lastra.

Giuseppe Possa

(pubblicato sul n. 11 della rivista Controcorrente)

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