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Espone alla Galleria degli Artisti di Milano (via Nirone 1) dal 15 al 21 novembre 2018 (inaugurazione mercoledì 14 alle ore 18 – presentazione di Licia Spagnesi)

SXWK8267[1]Alvise Monesi è nato a Melara (Ro) nel 1954: Diplomatosi al Liceo Artistico di Brera, ha conseguito nel 1979 la laurea in Architettura al Politecnico di Milano. Attualmente vive ad Arosio (CO) con studio in via Ghisallo 6. Scrive, concludendo, Licia Spagnesi (giornalista e redattrice di “Arte”) nella presentazione del catalogo : <<Chi visita una mostra di Alvise non si porta a casa angoscia, oppressione, perché la visione dell’artista è comunque serena, pacificata, carica di ottimismo. Negli ultimi lavori Alvise Monesi è sempre più se stesso: un pittore, affascinato dall’aspetto manuale del suo lavoro e aperto alle sorprese che la pittura sempre riserva>>. Riportiamo qui la “lettera all’amico artista”, pubblicata nel catalogo, di Giuseppe Possa,  che di Monesi fu collega di lavoro.

Caro Alvise,

ci sono persone che nella vita, oltre al proprio lavoro, coltivano la passione per l’arte, arricchendo e sviluppando la propria interiorità, in una sostanziale crescita dello spirito. Molti, in silenzio e fuori dai circuiti culturali, leggono, scrivono o (come nel tuo caso) dipingono, per un esclusivo godimento, anche se di tanto in tanto si concedono qualche sporadica pubblicazione o esposizione, quasi a voler rimarcare l’origine dei propri studi letterari o accademici. Forse, è stato così pure per te, che da giovane, a Brera, sei stato alla scuola di maestri insigni, quali Bodini, Conservo e Terruso.  

Ora, però, in occasione dell’allestimento di una tua mostra personale a Milano, chiedi aCattura me, che sono stato tuo collega per anni alla Cairo Editore, un intervento critico sulla tua pittura. Se accetto volentieri è solo per due motivi. Innanzitutto, perché anch’io da appassionato, al di fuori del mio lavoro, ho operato come critico militante. In secondo luogo, perché tu proponi questa rassegna in modo disinteressato, non come operazione commerciale (mercantile) o puramente intellettuale, bensì quale iniziativa culturale: un omaggio alle tue origini artistiche e al lungo percorso che ne è seguito. Offri così a noi la possibilità di una rivisitazione di quanto hai saputo produrre con la tua pittura: sono i dipinti che hai conservato negli anni, quelli che più ti legano ai momenti forti dell’esistenza e alla tua creazione pittorica.

Tocca ora a noi fruitori cogliere quest’opportunità, non limitandoci a considerarla da un punto di vista amicale, ma neppure solo puramente estetica, cercando invece di penetrare nelle tue opere, per comprendere e riflettere sulle problematiche che ci proponi. Ricordo che negli anni Settanta eri partito con raffigurazioni che vibravano in quel fluire delle idee e delle contestazioni (eravamo ancora sotto l’onda del ’68) che tu, poco più che ragazzo, hai avuto negli occhi e nel cuore. Forse, immagini, impressioni, memorie o pensieri di allora ti sono sedimentati dentro fino al punto di realizzare quei tuoi corpi smunti, ma incisivi nel segno, straziati, dotati di vigore espressivo e di straordinaria stesura espressionista, carichi delle inquietudini dell’uomo moderno. Non hai, però, seguito le mode, ma il forte pulsare dei sentimenti dai quali hai tratto la tua linfa vitale.

monesi 5In seguito, fuori dall’ambiente studentesco, precipitato nella quotidianità del lavoro, della famiglia e del successivo riflusso della società contemporanea, come tutti noi, sei stato anche mentalmente risucchiato dai personali impegni, continuando, però, a dipingere. Poi, con il nuovo millennio, hai ripreso con più ritmo e una sintesi delle tue creazioni la proponi qui. In essa vi è il frutto delle ricerche tecniche, cromatiche, materiche, che hai appreso da giovane e che poi hai proseguite in solitudine fino a oggi, tranne qualche sporadica esposizione in anni precedenti.

La tua pittura non risulta formalmente serena, anche se all’apparenza si sviluppa nella ricerca della natura e dei suoi paesaggi, ma a guardarla con attenzione non si può fare a meno di considerare il tuo stesso modo di essere, il tuo temperamento soprattutto, che ti spinge a dipingere anche per liberare il tuo stato d’animo percorso da un’inquietudine espressionista.

Vedo, per esempio qua e là nei tuoi quadri, la morte ecologica degli esseri animali o vegetali che non trovano più il loro ambiente, perché distrutto dall’ingordigia dell’uomo e che, mi pare, tu voglia denunciare.

La tua “Montagna”, tuttavia, s’innalza quale momento d’estasi, in cui ricondurre i nostrimonesi 4 sentimenti e i nostri pensieri; per poi sostare con emozione nei “tappeti” floreali o tra l’immobilità dei “pioppi” o alla luce rasserenante che hai pennellato tra le “radici”, i “riflessi” o i “fondali”: respiri d’essenza di un pacato intimismo.  Senza dimenticare l’esplosione de “La grande onda”, rimarcata da chiare gocce, simili a una cascata di scintille che prorompe con forza dall’immensità del mare, quasi a raffrontarla alla profondità dell’arte che emerge dalla tradizione del passato. Interessante anche la “Finestra con girasole”, una vibrante composizione floreale; e discorso a parte meriterebbe “La betulla”, quasi spiritualizzata in un’angosciosa contrazione, che rivela un tema a te caro: l’attento rispetto per ogni elemento del creato.

Mi pare ancora che nei tuoi lavori ci siano sottesi pure i dilemmi della guerra per il petrolio (“Marea nera”), della violenza sugli animali (“Galapagos”) o del loro insensato sfruttamento (“Mucca pazza”). In queste opere mi appari visionario di una realtà contemporanea, in cui si consumano, senza provare alcuna vergogna sociale, i crudeli “scempi” del quotidiano.

Perfino l’uomo lo restituisci con immagini di aggrovigliata espressione, dove egli appare quale “comparsa”, incapace di reazione in un mondo globalizzato, dove non esistono più identità. Lo percepisco, per esempio, là dove – “aspettando l’onda” – le onde appaiono un monesi 6ostacolo per uno dei due uomini. Il più giovane ha il corpo contratto in una posa di sofferenza, l’altro, più anziano, cerca di sostenerlo, di dargli speranza, di fargli comprendere che le onde pronte a lambirli non sono un ostacolo insormontabile. Egli sembra offrirgli un aiuto per superare quello che è, probabilmente, solo un’angoscia interiore generata da situazioni di precarietà e inquietudine. E lo fai con un quadro sereno e colloquiale, ma che rivela molto bene il tormento profondo, che essi vivono.

Ci sono, infine, altre problematiche nelle tue tele: come quel vedersi ammassati come api nel chiuso di uno stadio, per dimenticare i nostri affanni quotidiani… o quella magra rincorsa a “prostitute” di uomini privi d’affetto, che cercano di lenire, almeno per qualche istante, la propria solitudine… oppure quei giovani che non trovando scopi in un’esistenza carente dei valori di base, in particolare il lavoro, si abbandonano, per dimenticare i loro travagli, in una mortale “extasi”.

Tocchi anche argomenti spinosi, senza commentare l’accaduto in modo doloroso, mamonesi 9 cercando comunque di spiare la drammatica realtà come nella composizione “Twin Towers”. E ancora, nell’ammucchio di “Ecorottami” proponi un soggetto di grande attualità, conflittuale con la natura, poiché l’uomo metropolitano, ma non solo, sta saccheggiando il pianeta con uno sconsiderato e globalizzato progresso tecnologico. Tutte queste problematiche sono realizzate nei tuoi dipinti con colori soffusi, seppure a volte vivi e arditi; con un linguaggio tenue, non apocalittico, poiché tutto contieni all’interno di un lirismo delicato, destinato a guardare con rispetto al nostro pianeta e alle sue risorse.

Ho lasciato per ultimo il tema sacro, anche perché è un tuo impegno più recente, come in “Duomo” o come nella “Via Crucis”, in cui esasperi (attraverso la carta increspata su tela) i ritmi, sia umani sia morali. Per esempio, nella “Via Crucis”, noto che la “Crocifissione” appare moderna, ma su un’impostazione classica e da lì costruisci le altre stazioni, tutte composte con un disegno deciso, uniforme, costruito con solide conoscenze, con un cromatismo delicato e con una sorta di pacatezza compositiva. Ogni figura, cosa od oggetto sono collocati serenamente e senza drammi al posto giusto, in una revisione interpretativa e non citazionista.

In generale nelle tue elaborazioni riaffiorano delle visioni oniriche che non ricorrono amonesi 2 simbologie particolari o a impronte letterarie, anzi le tue sono immagini, nelle quali si percepisce il richiamo a realtà accadute che però vivono, sulle tele o sulla carta, di luce propria. Quindi, non solo capacità tecniche ma anche concettuali: ne sortiscono così rappresentazioni costituite da figure e da interventi cromatici ben calibrati, suggestivi e intensi che rasentano la poesia. Insomma, ami arricchire ogni quadro di un arcano sapore esistenziale che tu osservi con distacco e disincanto.

Vive di questa rigogliosa radice la tua pittura, lungi dall’avere accentuazioni angosciose, perché le tue sono proposte di distese riflessioni. Infatti, io penso che chi vedrà la tua mostra, o semplicemente ne sfoglierà il catalogo, con i lavori che hai scelto dai vari cicli e da fasi diverse della tua vita, non potrà che accoglierli favorevolmente, poiché, tra figurazione centrale e astrazione dei contorni o degli sfondi, ci fanno apprezzare di te la personalità, la poetica, la carica comunicativa e l’eccellente risultato espressivo.

Giuseppe Possa

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(A. Monesi, G. Possa)

 

 

Dice di sé l’artista:

<<Estremamente sensibile ai problemi prettamente umani, la mia ricerca si è sempre sviluppata su un modulo psicologico e sociale con una forma di alto rendimento plastico. Il mio fare pittura è principalmente un’esigenza dell’anima e dello spirito, l’arte stessa la considero come una grande cura, la passione per fare qualcosa di unico e di utile per la nostra società, e per evadere anche dall’eterno presente sempre colmo di insidie e di problematiche quotidiane>>. (A. Monesi)

 

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