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Da anni l’Associazione Artitalia promuove la valorizzazione della cultura locale e infoto carlo_bossone.jpg particolare ha messo in luce la figura del pittore Carlo Bossone (Savona 1904-Vanzone con San Carlo 1991). Ora si appresta a organizzare una retrospettiva del maestro, all’Outdoor Ossola Center di Crevoladossola (Ipercoop di Bisate), dal 12 aprile al 20 maggio. Non ci saranno in mostra solo quadri suoi, ma anche opere di artisti che sono stati suoi allievi o che ne hanno frequentato i corsi di disegno e di pittura. <<Abbiamo già annunciato l’evento in dicembre nella stessa sede – ci comunica Moreno Bossone presidente di Artitalia – proponendo un’anteprima della mostra, ma per l’occorrenza inseriremo pure alcuni artisti che possiamo definire di scuola bossoniana, di cui stiamo raccogliendo le adesioni.  Proporremo anche momenti di riflessione sulla sua tecnica, sui suoi insegnamenti e cercheremo di promuovere la nascita di un centro di formazione per aspiranti artisti, in particolare giovani, nel campo della pittura en plen air>>.

12322823_152119731812972_8196347216768694913_oRicordiamo che Carlo Bossone, terminati gli studi all’Accademia Albertina di Torino sotto la guida degli insigni maestri Cesare Ferro e Giovanni Guarlotti, si stabilì in Valle Anzasca e rimase sempre fedele al suo “paesaggio” (pure quando emigrò per alcuni anni in Argentina), non partecipando mai a quelle inquietudini che si manifestarono ovunque nel secolo scorso, via via che presero forma i fenomeni della moderna civiltà urbana. Anzi – mentre la pittura di “paesaggio” si trascinava con mollezza o estetismi – egli seppe dare nuova luce, nuove interpretazioni a questo genere, trasferendo nelle proprie tele emozioni personali, mediante i toni, la potenza delle masse, l’autonomia di una pennellata attenta e febbrile. L’intera sua opera possiede proprio quella timbrica solennità di uno stile pittorico proprio, ormai definito “bossoniano”.

La critica più qualificata già in occasione del centenario della nascita ne aveva riconosciuto il profilo nazionale, per lungo tempo offuscato da valutazioni limitative e provinciali del suo operato artistico. Ne fu, infatti, evidenziato il valore di maestro meritevole di una diversa connotazione, ben distante dall’etichettatura in cui lo si era relegato come “pittore del Monte Rosa”, semplicemente perché di questa maestosa vetta ne fece i suoi soggetti preferiti. A testimonianza di quanto affermato, si ricordano la retrospettiva del 2004 al Museo del Paesaggio di Verbania e il corposo catalogo che l’accompagnava con apporti di noti critici e storici dell’arte, pubblicazione che faceva seguito alla monografia edita nel 1988 dalla De Agostini di Novara.

Giuseppe Possa

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Per onorare il maestro, pubblichiamo un contributo di Giuseppe Possa per valorizzare l’importanza dell’artista nell’ambito della pittura paesaggistica del Novecento.

Nato a Savona, emigrò in Argentina dove dipinse le pampas e le Ande. Approdato in Ossola, stabilì la sua residenza ai piedi del Monte Rosa, dove si spense nel 1991. Convinto assertore del dipingere “en plein air”, creò, con tratto vigoroso e lirico, suggestivi paesaggi. Ma si dedicò anche alle nature morte e a straordinari ritratti di gente comune. Per la febbrile forza dell’impasto coloristico, le sue opere hanno suscitato l’ammirazione e l’entusiasmo della critica e del pubblico.

Carlo Bossone fu un autentico artista della montagna (senza per questo imporgli unaboss(1) restrizione tematica e geografica, anzi significa considerarlo un interprete attendibile di un mondo montanaro ormai in via d’estinzione, nel quale egli affondò le sue radici e dal quale trasse alimento al suo operare), che si tenne sempre in disparte, costruendo da sè la propria leggenda. Produsse opere di rara potenza, poichè considerava l’angolo di natura, scelto come “motivo” del proprio dipingere, un luogo pieno di vitalità e di poesia. La sua vita privata senza eventi clamorosi, vissuta con riserbo, fa da contrappunto a una carriera realizzata con duro e metodico lavoro.

Nasce a Savona nel 1904, ma è a Torino, dove la sua famiglia si trasferisce, che inizia gli studi artistici, frequentando l’Accademia Albertina, sotto la guida degli insigni maestri Cesare Ferro e Giovanni Guarlotti. Nel frattempo, accompagnandosi col noto pittore piemontese Vittorio Cavalleri, si appassiona alla pittura “en plein air” e alla vita in alta montagna. Inizia così la propria arte paesaggistica di squisita sensibilità, che tratta vedute e scorci con robusto colorito e pennellata tra naturalistica e impressionista, interpretando, a modo suo, con stile febbrile, ciò che vede. Il nonno, che possiede una casa in Valle Anzasca, permette al giovane Carlo di trascorrere spesso le vacanze a Macugnaga, dipingendo. Lì conosce la donna della sua vita e si sposa appena diciannovenne. Avrà una numerosa famiglia (ha cresciuto sette figli, mentre altri 3 sono morti in tenera età) e, nonostante siano anni difficili, vive per tutta la vita con i soli proventi della pittura, aiutandosi anche con lavori su commissioni per mercanti di CARLOBOSSONE ANNI 70Torino, Milano, Como, Cremona. Sul finire del secondo conflitto mondiale, raggiunge i fratelli in Argentina, dove risiedono per motivi di lavoro e vi rimane alcuni anni, raffigurando le pampas e i suggestivi paesaggi della Patagonia e delle Ande. Al rientro dell’America si stabilisce a Vanzone, ai piedi del Monte Rosa, trascorrendo il suo tempo a lavorare col colore, come il poeta con le parole, e a insegnare ai numerosi allievi, fino alla morte, avvenuta nel 1991. Alla pittura e alla famiglia dedicò tutta la sua vita di uomo e d’artista, senza mai pentirsi della sua scelta, anche se gli era costata tanti sacrifici. Egli rimase sempre fedele al suo “paesaggio”, non partecipò mai, infatti, a quelle inquietudini che si manifestarono ovunque nel secolo scorso, via via che presero forma i fenomeni della moderna civiltà urbana. Bossone continuò per la propria strada, trasferendo nelle sue opere una luce nuova, emozioni personali, mediante i toni, la potenza delle masse, l’autonomia stilistica di una pennellata attenta e focosa. Egli cercò la pace interiore ai piedi delle cime innevate, nelle frazioni di montagna, ai bordi di prati, campi o brughiere, sovente nei dintorni di piccoli paesi, circondato da persone che non badavano agli sconvolgimenti epocali, felici di vivere la loro semplicità. Molta di questa gente comune – contadini, alpigiani, pastorelle – fu ritratta nelle sue tele con grande partecipazione umana.

ALCUNE TESTIMONIANZE Nella sua modestia montanara, egli ci ha lasciato un’opera5728097-M(1) paesaggistica, tra le migliori di quelle nate dal rapporto spontaneo con la vitalità della natura, soprattutto alpina, come testimoniano anche i numerosi quadri riprodotti nella monografia, pubblicata nel 1988 a cura dell’Istituto Geografico De Agostini, con il patrocinio della Regione Piemonte e curata da Pier Giorgio Novellini. Un’altra corposa monografia fu pubblicata in occasione del centenario della nascita dell’artista. La pittura di Carlo Bossone è dotata di una ricchezza d’umori, originata da una profonda conoscenza dei macchiaioli e degli impressionisti, rinvigorita poi dalla genuina freschezza della tradizione ossolana. La sua eccellenza come pittore lo fece emergere rapidamente, con una popolarità locale praticamente mitica: infatti, non gli mancò mai il favore unanime di pubblico e di critica.

Carlo Bossone era contento del suo lavoro artistico dal quale aveva ottenuto grandi soddisfazioni e del mestiere diceva: <<Si può affinare solo con anni e anni di esercizio. Bisogna saper cogliere il motivo ispirativo e poi crucciarsi dentro, macerarsi per reinventare. Occorre ritrarre il mare e le montagne, la solitudine delle campagne e la confusione della città; bisogna pestare la neve e lo sterco, attraversare paludi e savane, stare in mezzo al fumo e perfino nella nebbia>>. <<Il tuo divino tormento>> scriveva in una delicata lirica don Remigio Biancossi, <<che ti strugge, pittore Carlo Bossone,/ è dare un variato spirito di vita/ alle tue tele>>.

Numerose persone lo ricordano con venerazione: <<L’ho sempre ammirato>> dice Pier Giorgio Novellini, un pittore di Macugnaga, <<fin dalla mia gioventù è stato per me una specie di idolo. Spiavo ogni sua mossa cercando di sorprenderlo quando passava, così da sapere i luoghi in cui sarebbe andato a dipingere e avere un pretesto per poterlo 12042813_122803544744591_8069952365224891512_navvicinare e parlare con lui. In seguito si è stabilita tra noi una certa confidenza e perciò ho avuto la possibilità e l’opportunità di maggiori rapporti col maestro. In certi momenti davanti al cavalletto sembrava un gran sacerdote che inizia un rito propiziatorio al cospetto della sua divinità. Dipingeva con la massima concentrazione… lavorava anche nei luoghi più impensati e impervi, camminando talvolta per ore su sentieri disagiati e pernottando in baite di montagna, o in ripari naturali, sempre per mantenere quel contatto con la natura, da ritrarre senza alcun artificio>>. Diceva il poeta locale Francesco Savio: <<Bossone non è un montanaro, perchè nacque in riva al mare. Ma ormai le nostre montagne, a tutte le altitudini, non han più segreti per lui, che le ha contemplate in ogni ora del giorno, in ogni stagione, così da conoscerle in tutti i loro cangiamenti di colore e d’atmosfera>>. <<Per Bossone dipingere>> ci confida un giornalista di Domodossola, Dario Lana, <<non era solo un mestiere per sbarcare il lunario, bensì una forza inesprimibile, un messaggio che desiderava trasmettere. Col tempo, qui in Ossola, diventò una figura popolare, un personaggio stimato, anche se schivo, quasi un corollario naturale del paesaggio: lo si vedeva ovunque alla ricerca di luoghi solitari, incontaminati dalla presenza umana: lo ispirava l’unico e l’inaccessibile; coglieva luci e ombre invisibili ad altri>>. In “Ossola e Vallese nell’arte contemporanea”, il critico Donato Conenna annotava che Bossone: <<Dev’essere, per varie ragioni, considerato un capostipite “ottocentista”, nel senso pieno del termine. Il suo incedere,216614_2345366952448_3920856_n nella distribuzione del colore sulla tela, è forte e dolce a seconda dell’ambiente e della luce del soggetto ritratto>>. La scrittrice Germana Fizzotti così descrive Carlo Bossone nel libro “La Valle Anzasca nel passato e nel presente”: <<L’amore per la montagna lo ha portato ad ancorarsi definitivamente davanti al Monte Rosa, così terribilmente bello e diverso, in un paesino civilissimo incastonato in una natura ricca di prospettive, di luci e di colori. Egli instancabilmente l’assimila trasmettendo la passione spirituale e artistica, che tutto ricolma d’inesauribile e profonda bellezza, non soltanto ai suoi quadri, ma anche a chi ne riceve il messaggio, e ai suoi allievi, i quali ne traggono incoraggiamento e forza>>. Un importante contributo critico è apparso sulla rivista ControCorrente di Milano, diretta da Gianni Pre.

QUELLA VOLTA CHE LO INTERVISTAI – Era l’inverno del 1983 e salii, per tracciare un profilo artistico e umano di Bossone, nella verde quiete di Vanzone (VB), nella sua “casida rosada” (reminiscenza dei propri trascorsi in Argentina), con le cime del Rosa che dominano la valle Anzasca, tra boschi, alti pascoli e qua e là le tipiche baite walser: un incantevole paesaggio, che pareva di stare dentro un suo quadro. In una lunga intervista – che uscì nelle pagine culturali del settimanale “Eco Risveglio” di Domodossola e da cui traggo qualche spunto – mi disse, a proposito dei suoi inizi pittorici: <<Sentivo dentro di me una forza inesprimibile che desiderava uscire per cercare sensazioni nuove e il disegno non è stato altro che il tramite del messaggio che desideravo trasmettere. Cominciai così a imbrattare muri con pezzi di carbone. Ero ancora bambino quando mio nonno mi portava con sè all’osteria, dove si recava per una partitina a carte: per tenermi tranquillo mi dava una lavagnetta, di quelle che si usavano per segnare i punti, e io mi divertivo ad abbozzare disegni. Poi, ovviamente, continuai la 16-bossone.jpgmia strada pittorica, seguendo gli insegnamenti di coloro che furono i miei maestri>>. Seguì anche dei modelli “spirituali”: gli impressionisti francesi, soprattutto Manet, Monet, Sisley; la scuola di Barbizon e poi i macchiaioli toscani e altri, come Fontanesi, Delleani, Fornara, ma concludeva: <<Non ho mai avuto modelli precisi; ho sempre preferito essere libero, perchè solo così si può essere autentici e personali>>. E ai giovani – lui che per tutta l’esistenza aveva vissuto solo di pittura e… di tanti sacrifici (<<Quante volte mi sono stufato di mangiare solo minestra>>) – consigliava: <<di cercarsi prima di tutto un lavoro, un mestiere qualsiasi, in modo di avere una tranquillità finanziaria>>.

Bossone si riteneva un pittore con dentro “una febbre” autentica che dipingeva i propri quadri come manifestazioni misteriose della natura e senza la presenza deturpante della mano dell’uomo e chiosava: <<La natura rappresenta per me quei momenti sublimi in cui l’anima sembra annullarsi, perdersi nella contemplazione>>. Credeva profondamente in Dio ed è stata una fede indomabile, a suo dire, a sostenerlo in tutte le numerose difficoltà della vita: da essa ha tratto la sua forza e precisava: <<Nella natura, che conosco molto bene per averla ritratta infinite volte, io sento Dio e crederci significa condividere qui in terra la sorte dei deboli>> e continuava, <<io, come tanti artisti del resto, sono pieno d’angosce e di dubbi e m’interrogo continuamente sul significatobossone_carlo-marina_di_chioggia~300~10460_20081018_656_7 dell’esistenza, del mio e del nostro essere al mondo: ecco perchè mi pongo dalla parte dei vinti, degli umili; infatti, ho sempre raffigurato, nelle mie opere, contadini, montanari, diseredati e mai i signori, i ricchi, insomma>>. Alla moglie del pittore (in quell’anno ricorreva il loro sessantesimo anniversario di matrimonio) chiesi se avesse risposato suo marito: <<Certo>> mi rispose con quella sicurezza con cui lo deve aver detto la prima volta: <<ma farei di tutto per modificare il suo carattere, a volte impetuoso e irruente, che tanto gli ha nuociuto nella sua carriera artistica>>.

UN INTERPRETE DELLA TRADIZIONE – Carlo Bossone (un interprete di rara potenza di quelle montagne che tanto amò, pur non essendo un montanaro, perchè nacque in riva al mare) non si stancò mai di viaggiare, sempre alla ricerca di nuovi paesaggi alpini da cui trarre ispirazione per le sue opere. Si recò, oltre che in Piemonte e Lombardia, in Liguria, Abruzzo, Toscana, nelle valli d’Aosta, del Trentino e del Veneto, ma anche all’estero: in Gran Bretagna, Spagna, Svizzera, Norvegia e in Sud America. Non allestì molte personali, tutte, però, hanno rivestito una notevole importanza: da quella del ’28 a Parigi, a quella di Chianciano in tempo di guerra o altre mostre in Sud America sul finire bossone_carlo-pascolo_alpino~300~10460_20081018_656_427degli anni Quaranta. In seguito espose a Domodossola, Verbania, Milano (da Ranzini e all’Ars Italica), Varese, Torino, Genova, Novara (al Broletto), Savona, Roma e in numerose altre città italiane e straniere. Per meriti artistici nel 1970 fu insignito dell’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana e a Roma gli fu assegnato il Premio Dante Alighieri. Sue tele sono conservate nei musei di Verbania, di Domodossola, del Lussemburgo; alla Galleria Dante Alighieri di Parigi; al museo d’arte moderna di Buenos Aires; al museo d’arte contemporanea di Montevideo; oltre che in numerose altre collezioni pubbliche e private.

Bossone ha saputo trarre dalla natura quegli elementi a lui più congeniali, soprattutto là dove il prezioso smalto del colore, scevro da sottigliezze accademiche, scopre un’inventiva e un equilibrio carichi di lirismo. Egli dipinse con frequenti e larghe pennellate; ha adottato schemi compositivi mossi, modulando le superfici per ottenere luci più variate, dissolvenza d’ombra, contrasti chiaroscurali: ha fatto emergere, insomma, contorni più segnati, punti e slittamenti di luce tra ombre più morbide. Colpiscono nei suoi quadri l’immensità dei monti che incombono sui paesi a valle, con le30-1.jpg dorsali boscose che salgono rapide verso i ghiacciai. Le vedute sono vaste, travolgenti, con ripercussioni di echi. Le luci dei tramonti sono torvi bagliori all’orizzonte che si decantano nelle nevi perenni o nei cieli. Inoltre, in alcuni ritratti o in talune nature morte si nota una straordinaria fluidità delle linee, una scorrevolezza del segno, contrastanti zone d’ombra e di luce, colori per lo più forti: anche le minime note grafiche e coloristiche sembrano alludere alla continuità del tempo, al trascorrere della vita, all’inarrestabilità del destino. Le immagini, infine, più che impressionare l’occhio, penetrano e colpiscono nel profondo, proprio come succede osservando le opere dei grandi artisti.

Nel secolo scorso, mentre la pittura di “paesaggio”, in tutto il mondo, si trascinava con mollezza o estetismi e imperavano ovunque mutamenti avanguardistici, Carlo Bossone riuscì a dare nuova luce, nuove interpretazioni a questo genere, trasferendo nelle proprie tele emozioni personali, mediante i toni, la potenza delle masse, l’autonomia stilistica di una pennellata attenta e febbrile.

Giuseppe Possa

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