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Ho incontrato Jean Mégier durante una sua mostra allo “Spazio ex Fornace” di Milano,Jean Mégier in studio in cui ha esposto opere astratte, rappresentazioni della natura e ritratti. Una libertà inventiva, la sua, attraverso modi surreali, fantastici, e una struttura volumetrica dentro forme striate che si articola secondo un sistema a volte istintivo, altre intuitivo, della realtà. Per esempio, in un folto di alberi ogni elemento è costruito per mezzo di segni neri e dinamici, realizzati col carboncino, spezzati in modo speculare e rivestiti di una luminosità omogena. I ritratti, inoltre, sono proiettati in una plasticità segmentale in cui i volti (“psicogrammi”) sembrano portare alla luce i sotterranei flussi della coscienza, in espressioni individuali, ma svuotati di sostanza psichica e sentimentale, quasi a voler lasciare posto solo agli occhi, specchio di una personale interiorità.

Non conoscevo Mégier, ma il comune amico Max Caramani, noto operatore culturale lombardo e direttore di “Life Effetto Benessere”, me ne ha parlato e mi ha accompagnato all’esposizione. I suoi quadri – in un ritmo cromatico dalle intense vibrazioni che paiono espandersi dal centro verso gli sfondi – hanno subito attratto la mia attenzione, così abbiamo iniziato un colloquio informale, poi proseguito nel suo studio. Gli chiedo subito di parlarmi di lui:

<<Sono nato nel 1964 in Francia, da padre francese e madre viennese. La mia famiglia si è stabilita quando ero piccolo in provincia di Varese per il lavoro di mio padre. Sono sposato con Giordana Zuffardi Valdivia, anche lei artista visiva di madre peruviana e padre italiano e abbiamo un figlio, Elias, dottorando in Fisica teorica alla facoltà di Matematica di Milano>>.

C’erano già stati artisti nella tua famiglia?

Albero acquerello e carboncino su carta 2016  50X35 cm.JPG<<Un mio bisnonno materno, Anton Karlinsky, era un famoso pittore viennese e ha avuto due figli, fratelli di mia nonna, che si sono dedicati all’Arte: Anton Karlinsky Junior che fu un ottimo pittore, purtroppo scomparso in giovane età durante la seconda guerra mondiale, e sua sorella, Elisabeth Karlinsky, anche lei pittrice, che sposò un celebre scrittore e pittore danese, Hans Scherfig, e si trasferì in Danimarca continuando il suo percorso pittorico>>.

Quindi i tuoi inizi sono stati facilitati e influenzati da questo ambiente.  

<<Sì certo, sono cresciuto in questo contesto, così fortemente influenzato dall’Arte visiva, infatti fin dalla più tenera età sono stato sollecitato a esprimermi attraverso il disegno, la pittura e l’incisione. Quando con la famiglia si andava a trovare la prozia in Danimarca portavo sempre come regali delle mie incisioni su linoleum che venivano molto apprezzate dalla sua famiglia>>.

Ho letto sul depliant della mostra che, nel contempo, hai coltivato anche la passione musicale, che tuttora coltivi professionalmente. Tra l’altro mi sembra di notare che il tuo linguaggio è molto affine a quello della musica.

Albero acquerello e carboncino su carta 2016 100X70cm<<Nella mia formazione artistica la musica ha avuto una importanza fondamentale. Dall’età di otto anni studiai il violino, fino a diplomarmi nello strumento, arrivai addirittura a pensare che sarei diventato un violinista solista, ma la passione per l’Arte visiva prese il sopravvento e mi iscrissi al corso di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano con il Professor Diego Esposito. La frequentazione dell’Accademia mi ha reso più cosciente del mio essere pittore e del mio sguardo attivo sul mondo e sull’universo dell’Arte>>.

Quindi lui fu determinante per la tua formazione?

<<I corsi del professor Esposito sono stati importanti nell’aiutarmi a focalizzare il mio lavoro e nella sua aula ho avuto modo si respirare un’aria internazionale e feconda>>.

Ma prima dell’Accademia ci sono stati anche “maestri” virtuali che ti hanno influenzato?

<<Durante la mia adolescenza ho incontrato i quadri di Paul Klee, ma ho preso coscienza della sua influenza quando nella mia pittura sono comparsi i segni danzanti e le linee musicali del contrappunto, che inconsciamente avevo interiorizzato e che solo in quel momento si rendevano evidenti sulla tela che dipingevo. La mia strada da allora è quella del segno e della pennellata con personalità e individualità, è la strada del concerto di segni che insieme formano l’immagine pittorica>>.

Jean, parlaci del tuo modo di operare.

<<Dipingo principalmente su lenzuola usate non preparate, di cotone o di lino, intelaiate>>.

Come mai questa scelta?

<<Perché il tessuto ha già vissuto una vita precedente, in certi punti è più liso, la trama nonjmagier è perfettamente geometrica, la tela ha già un suo carattere che traspare e asseconda le pennellate. Per quadri di più ampie dimensioni utilizzo tele di cotone non preparato che compro in teleria. Opero sulla tela bagnata con colori acrilici e con segni che vanno cambiando a seconda dell’asciugatura della tela, utilizzo i colori fondamentali non mischiati: rossi, gialli, blu e il calligrafico nero che sostiene il ritmo dell’immagine che nasce dalla mia gestualità. Il risultato del mio lavoro può essere non figurativo, ossia lascio completa libertà allo sguardo di chi lo fruisce, oppure tendere verso la figurazione come nel ciclo di ritratti iniziato più di trenta anni fa o come nel ciclo degli alberi>>.

Personalmente, dopo uno sguardo d’insieme ai tuoi quadri, ritengo questo periodo tecnicamente molto riuscito, che ne dici?

<<Il ciclo degli alberi è realizzato principalmente su carta per incisione, bagnata di cotone cento per cento sulla quale intervengo con acquerello e segni di carboncino nero. Ma anche il ciclo che ho iniziato ultimamente, nel quale raffiguro draghi su tele alte tre metri, mi pare significativo. Come puoi notare i miei temi sono influenzati dalla natura e dai simboli.  Gli alberi, ad esempio, sono diventati per me una realtà da osservare e proporre, perché fin da piccolo rimanevo affascinato dalla crescita delle piante e dal loro sviluppo armonico, dalla segnicità del tronco, dalla struttura lineare dei rami>>.

E questa passione ti è rimasta dentro? 

Dalì acrilico su tela 2015 70X70cm<<Non solo, ma mi ha portato a diplomarmi anche come Giardiniere professionale e a coltivare molte specie di alberi che regalo o che pianto in parchi pubblici, come è successo a Besozzo, il paese dove ho trascorso la mia infanzia e adolescenza, dove ho piantato due Gingko Biloba che crescevano all’Orto Botanico di Brera, ai tempi abbandonato, e che noi studenti dell’Accademia frequentavamo>>.

Meraviglioso, ma torniamo alla pittura.

<<Dipingere è come buttarmi in un fiume per attraversarlo, un atto che mi mette in pericolo, una sfida. Con la mia tecnica pittorica non posso permettermi di sbagliare, non lavoro su un disegno precedentemente tracciato ma direttamente con il pennello e il colore sulla tela bagnata. Senza possibilità di correggere. Dipingere è un atto che mi fa vivere completamente nel presente, è una meditazione>>.

Ma secondo te, la pittura che funzioni ha, in senso più ampio?

<<La Pittura, secondo me, ci deve aiutare a guardare il mondo, ad osservare, a formarci uno sguardo più acuto e attento, più attivo. L’occhio non deve scivolare indifferente sui miei quadri. Guardarli attivamente significa soffermarsi sui segni, sui colori, saltando dal particPicasso acrilico su tela 2008 70X70cmolare al generale, per ritornare sul particolare, allontanandosi dal quadro, avvicinandosi. Significa non avere di primo acchito il desiderio di comprendere concettualmente la forma, ma di lasciarsi andare alla visione del segno, del movimento delle pennellate, degli stacchi ritmici. Significa abbandonarsi al colore, al desiderio di lasciarsi andare al tutto senza farsi influenzare dal desiderio di capire. Non c’è niente da “capire”, chi fruisce del mio lavoro diventa protagonista della visione, vive l’opera>>.

Cosa intendi tu per “salute”, “benessere” della vita? Come vivi, in tal senso, da persona normale?

<<La pittura, per me, è vita e nel dipingere trovo la realizzazione del mio “daimon” (spirito guida), nel senso dato dai greci, e cioè che siamo nati per seguirlo e realizzarci attraverso esso e questo mi fa conseguire il benessere. La salute è necessaria per poter agire, ma dall’altro canto, agire seguendo il proprio “daimon” la favorisce, anche nel caso in cui difetti. In altri termini, appunto, seguire il proprio “daimon” è vita…>>.

Passata attraverso un processo di semplificazione geometrica, la pittura di Jean Mégier – dentro cui le sensazioni figurali si strutturano in ritmi dinamici essenziali, strisce slegate ma unite nell’insieme a creare un movimento totale in forme rigate – pare dissolta in zone monocromatiche, pervasa da un’intima dinamica che s’invade reciprocamente, trapassandoli gli uni negli altri, gli incisivi tocchi segnici. Un modo di dipingere che dà, tuttavia, l’immediata sintesi percettiva dei soggetti formati come dentro tanti puzzle: siano essi ritratti (allusioni di volti frammentati), alberi o altri elementi della natura (vaganti come atomi).

Giuseppe Possa

gppos

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