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di Giuseppe Possa

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Una pittrice dal tratto vigoroso e lirico. Nei suoi quadri: figure colte ai miti di oggi e alla vita di tutti i giorni; gesti e spunti quotidiani, sospesi tra mistero e realtà; immagini zoomate, così riassuntive ed emozionanti. Sono le pagine di un diario moderno, intriso d’antico. Morta a Milano nel 2016, era nata a Valdagno nel 1929. Si era diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera con Pompeo Borra.

Quando Carola Mazot nasce a Valdagno (VI), il mondo sta attraversando una delle crisi economiche più profonde dell’era moderna, aperta dal crollo della borsa di Wall Street a New York, ma la sua famiglia non vive in ristrettezze finanziarie, visto che in casa sono ospitati spesso pittori, musicisti e artisti vari. L’atmosfera culturale è favorita dalla madre, che si diletta nel dipingere, e dai nonni materni: il pittore veneziano Vettore Zanetti Zilla e la figlia del noto artista sloveno Carlo Matscheg, che è stato maestro di Guglielmo Ciardi. Ben presto, i genitori si trasferiscono a Milano e la giovane Carola frequenta gli studi regolari; nel frattempo, inizia a disegnare, sotto la guida del nonno (<<Mi faceva notare di quanti verdi era composta una campagna d’alberi e di cespugli, oppure scoprire il barlume di luce che contorna gli oggetti dando un senso al volume…>>): la passione è grande fino al punto, nel prosieguo degli anni, di dedicare tutto il proprio tempo libero alla pittura.

È appena sedicenne, quando entra, come allieva, nello studio di Donato Frisia: <<Mi diede soprattutto una 281858_2345352952098_3288348_npreparazione tecnica e di abilità>>, mi disse in un’intervista anni fa (pubblicata sulla rivista ControCorrente) e aggiungeva con una punta di stizza, <<mi faceva copiare dal vero soggetti che preparava per sé, nature morte, ritratti di signore. Ricordo ancora con odio un cartoccio di castagne arrostite rovesciate sul tavolo di cui non mi importava proprio nulla…>>. L’esasperazione di questo metodo d’insegnamento la porta a una crisi profonda, superata dopo l’incontro con lo scultore Lorenzo Pepe che la prepara per l’ammissione all’Accademia di Brera: <<Pepe mi insegnò a operare senza mai perdere di vista l’insieme: abbozzando, dovevo disegnare subito la gran massa geometrica in cui era compresa la figura, anche entrando nei particolari, non distogliendo mai l’occhio dal tutto. Scopersi, così, l’armonia e il legame dei vari punti tra loro, della realtà che copiavo e da cui sgorgava un mistero, un fascino che mi accompagnò sempre, mentre prima coglievo solo il divertimento nel riprodurre immagini>>.

Carola è troppo attratta dall’arcana forza che coglie dalle persone e dagli oggetti per attardarsi sui particolari; le sue tele, infatti, promanano proprio da una spontanea visione d’insieme: <<C’è un mistero>> mi confidava, <<qualcosa di indefinibile che arriva dipingendo. Da dove viene? So che lavorando, dopo la prima impostazione degli spazi e della dinamica del quadro, devo seguire l’impulso e le mie opere finiscono quando lo vogliono>>. Poi aggiungeva: <<Del resto tutta la nostra esistenza è un intreccio di combinazioni, con una forza che ci accompagna da dove arriveremo>>. All’inizio degli anni Cinquanta, mentre frequenta Brera sotto la guida di Giacomo Manzù, la sua famiglia, per volere della madre che desiderava tornare nella sua città natale, si trasferisce a Venezia e lì prosegue gli studi all’Accademia di Belle Arti. A 23 anni si sposa e torna a Milano. Il marito Guido Di Fidio è scultore e lei, oltre ad accudire la figlia, opera nel campo della ceramica. Dopo gli anni Sessanta riprende a frequentare gli ambienti culturali e termina gli studi all’Accademia di Brera, dove consegue il diploma coi maestri Gianfilippo Usellini e Pompeo Borra.

Della sua arte sono entusiasti Antonino Carbè, Dino Villani e Franco Loi che le presenta una mostra all’Istituto di qu_image_427_lCultura Italiana di Vienna: “Quel suo modo stupido di guardare alle persone e alle cose lo si ritrova in un certo idealismo neoclassico dei suoi quadri e non va disgiunto dal suo incantamento per le luci e i colori”. Le mostre si susseguono a Verona, a Venezia, a Milano e in altre città italiane e straniere. A metà degli anni Ottanta le Edizione d’Arte Ghelfi di Verona nei quaderni “Artisti italiani oggi” pubblica una cartella con introduzione di Liana Bortolon, che definisce i personaggi della Mazot come delineati “a colpi di sgorbia”. E in effetti le sue figure, studiate sul modello e poi emergenti a memoria, attraverso un tratto vigoroso, narrano fatti di vita e di morte, di guerre e di amori, con una espressiva carica creativa, dalla linea scabra, quasi scultorea. Nel 1997 dà alle stampe un importante volume di calciatori e ritratti con presentazione di Mario De Micheli. Sue opere sono apparse sulle copertine di alcune riviste e sul libro <<Ribelli non si nasce>> dello scrittore Francis Sgambelluri. Negli ultimi anni, è stata un po’ “rintanata”, come sosteneva lei, anche se, nel 2001, ha esposto a Milano contemporaneamente alla Libreria dell’Angolo e al Nuovo Aleph e poi ha allestito una mostra allo Studio XRAY, in zona Loreto.

Alla domanda: c’è qualche maestro che ha influito più di altri sulla tua formazione, così rispondeva: <<Pensando al mio percorso di lavoro devo mettere Mario De Micheli tra i miei maggiori maestri, per l’importanza esistenziale che ha avuto nella mia vita artistica e conseguentemente umana in diversi momenti. Soprattutto quando mi fece uscire dal soggetto unico, delle teste a memoria: “Prendi una tela grandissima e fai una composizione”, e scoprii la bellezza dell’impostazione degli spazi, e le nuove spinte e attrazioni che derivavano>>.

qu_image_641_lLe qualità pittoriche e la raffinatezza di Carola Mazot, come abbiamo visto, affondano le radici nell’ambiente artistico familiare e nel considerevole apprendistato giovanile. Ella dipingeva di getto, veloce, sicura e senza ripensamenti; non si è fermata allo stile del nonno, ma neppure ha ceduto alle tentazioni avanguardistiche; si è aperta una propria strada, secondo le personali doti istintive, fatta di sintesi disegnativa: un segno rapido e impetuoso, quasi a scatti improvvisi, che sa cogliere cose e figure con spontaneità, come ha scritto Dino Villani: <<Una pittura la sua, dall’impostazione virile addolcita dal sentimento, che si attiene alla sostanza espressiva, ma che lascia tuttavia largo spazio ai trasporti poetici di un animo sensibile e delicato dalla personalità singolare>>.

Nota negli ambienti culturali milanesi per le sue doti artistiche, ma anche per la simpatia e l’umanità che sprigionava dalla sua personalità (<<molto più forte di quel che l’apparenza svagata e stupefatta lascia supporre>>, come affermò Franco Loi), Carola Mazot è stata seguita e apprezzata da diversi intellettuali e critici. Uno di questi, Antonio Carbè, sull’ultimo tema della pittrice (“i calciatori”, i nuovi gladiatori degli stadi: un soggetto che la affascinava, che le dava più libertà), così annota: <<La sua gestualità si esalta nel “fermare” il movimento dei corpi, la sua pittura è legata all’umano perché è affascinata dalla natura: da un volto, da un corpo come da un fiore, da un cielo come dalle stagioni mutevoli>>.

Gli ultimi anni, Carola Mazot li trascorse tra Milano e la sua casa rurale nelle Alpi Lecchesi, dove dipingeva soggetti della natura: fiori, alberi e paesaggi. Si è spenta nel capoluogo lombardo nel 2016.

Giuseppe Possa

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 Carola Mazot, tra Patricia e Gioxe De Micheli

per ulteriori informazioni si può visitare il sito: http://www.mazot.info