14102453_10201856366567643_420046989312062209_nAll’Associazione Culturale BorgoArte di Borgomanero, diretta da Angelo Tappa, in corso Mazzini 51, sabato 10 settembre alle ore 18, è stata inaugurata la mostra di Gianluca Ripepi, visitabile fino all’8 ottobre, negli orari della Galleria: mercoledì e giovedì dalle 16 alle 19.30; venerdì e sabato anche dalle 10 alle 12.30; domenica su appuntamento. “Homo contemporaneo” è il titolo dell’esposizione che ha il patrocinio del Comune e della Provincia di Novara e contiene l’ultima ricerca dell’artista che spazia tra fotografia, pittura e segni grafici.

Filtrati attraverso un linguaggio che alterna queste tecniche, in un avvicendamento 13233094_10201544486850845_3076310034700362056_nricercato e preciso di linee (ma in qualche caso è dipinto l’intrecciarsi dei fili di una matassa), appaiono volti di persone comuni, i cui sguardi prospettici e magnetici sono racchiusi o circondati da sbarre e barriere. Quasi fossero maschere, questi visi schermati nella propria identità somatica finiscono per nascondere in sé, enfatizzandole, le personali emozioni, evitando di lasciar trapelare i chiaroscuri profondi della propria natura. L’autore, con occhio nuovo e rinnovato stupore, tende a indagare nell’interiorità di questi ignoti individui, portando in primo piano le loro tensioni e i loro c13176_5eb8274f3c7640eeb533f9fe23b7e40cmv2sentimenti. Sono gli animi non sempre sereni, anzi spesso angosciati e travagliati, vuoti e sofferenti degli uomini contemporanei, come se l’autore, con un messaggio che va al di là delle possibili intuizioni e sensazioni che possano esprimere queste immagini stravolte, volesse mostrare il destino evolutivo di una società del benessere in crisi irreversibile, dove gli esseri umani, per incomunicabilità, paiono sul punto di perdere diritti e libertà di espressione.

Gianluca Ripepi è nato nel 1977 a Domodossola e vive a Casale Corte c13176_a28f3f29db754523a9726067f5ddea64mv2_d_2136_1958_s_2Cerro. Ha frequentato i corsi liberi dell’Accademia di Belle Arti Aldo Galli di Como, sotto la guida di Pierantonio Verga. Partito da una pittura figurativa d’introspezione psicologica e comunicativa dai colori lancinanti e materici, è approdato all’astrattismo informale, dedicandosi anche alle tecniche miste e alle ricerche artistico-fotografiche. E’ anche promotore dello studio Quadra Gallery di Domodossola e su “Juliet Art Magaxine” Liviano Papa gli ha dedicato di recente un ampio servizio. Ha esposto con personali o collettive a Domodossola, Masera, Omegna, Cannobio, Novara, Baveno, Milano e in altre importanti località.

Giuseppe Possa

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Homo Contemporaneo (di Paolo Emilio Pilone)

Cosa distingue l’uomo contemporaneo dai suoi predecessori? O, domanda ancora più interessante: cosa accomuna l’uomo contemporaneo ai suoi predecessori? La risposta più scontata, e al contempo ancora la più soddisfacente, è: l’umanità; ovvero i tratti distintivi di una specie, quelli costanti, onnipresenti, apparentemente refrattari a qualsiasi evoluzione: il nucleo, l’essenza, o l’anima se si preferisce. Questo ciò che le opere di Gianluca Ripepi istintivamente, e quindi in modo prettamente subliminale, suggeriscono sia ad una prima che ad una più attenta osservazione.

L’homo contemporaneo di Ripepi, rigorosamente, ma compassionevolmente immortalato13445800_10201631163497707_5472450332683943623_n in una sorta di fotografia segnaletica dell’animo umano, è in realtà un uomo antico – probabilmente l’unico uomo possibile – dove alla disintegrazione della singola identità fa seguito la coagulazione dei suoi dispersi frammenti in un unico individuo, relegato sì al peccato originale della solitudine e dell’incomunicabilità, ma ancora passivo di redenzione.

Infatti, sebbene risulti pressoché impossibile avventurarsi nella letteratura concernente le produzioni artistiche di Ripepi senza obbligatoriamente imbattersi in aggettivi quali «inquietante», «ansiogeno», «irreale», «interiore», «simbolico» – termini sicuramente calzanti alle sue opere ma, a ben vedere, intrinseci alla natura umana e quasi descrittivi di quest’ultima – è però anche vero che dalle opere dell’autore traspare una tenue, rassicurante pace, che non affonda radici tanto nella rassegnazione di fronte all’impossibilità umana di affrancarsi da sé stessa, quanto nell’irenica condivisione di tale rassegnazione e nell’incessante, fisiologica e collettiva tensione affinché recedant vetera et nova sint omnia o, per lo meno, ancora si continui a coltivare l’illusione che ciò possa accadere.

c13176_4ffe65a532ff45548a066ea1826367aamv2Non sfregi e non graffi, dunque, quelli sui ritratti di Ripepi, ma sinuose spirali, spiragli di luce, filamenti di cromatina in sovrimpressione, virtuali catene di DNA, che non confinano l’individuo alla propria singola cella psichica, ma tessono un fil rouge che lo accomuna ai suoi consimili, rinnovando e concretizzando il verso virgiliano «ab uno disces omnia». E, ancora, non frammenti isolati i particolari anatomici; non semplici sezioni corporee enucleate dal contesto, ma campioni rappresentativi di un intero organismo, feticci, elementi totemici che incorporano e comunicano un unico disagio (non vedo, non sento, non parlo), un unico disorientamento (mi prostro, mi scindo, sbiadisco) e, finalmente, un unico, quasi religioso trait d’union che lega il particolare all’insieme e l’insieme alla totalità (tutto è Uno e l’Uno è in tutto).

Seppure l’artista esprima una ricerca tangibilmente spasmodica, che a tratti può effettivamente generare turbamento e vertigine, è però anche necessario ricordare che la ricerca stessa è, per definizione, spasmodico movimento e mutamento, quindi lucida attentatrice, e al contempo benigna rigeneratrice di certezze. Le opere di Ripepi sono il frutto di questo spasmo indagatore in cui il movimento originale, condotto ai limiti della frequenza, si congela in contrazione catatonica, senza per altro consolidarsi in mera staticità, anzi trasmettendo una vivida 

sensazione di potenziale dinamismo, un’impressione di “non detto e non compiuto”, sempre prossimi all’urlo e all’esplosione pantoclastica, eppur sempre trattenuti, modulati, sussurrati.

Perché l’homo contemporaneo di Ripepi è un uomo conscio della contraddittoria prigionia che lo attanaglia – da un lato la sua stessa granitica e, in apparenza, insormontabile vetustà, dall’altro l’inestinguibile sete di rinnovamento –, ma è anche un uomo sufficientemente maturo, in grado di elaborare angoscia e nevrosi senza che queste si tramutino necessariamente in rassegnazione o, ancora più banalmente, in teatralità.

Sia chiaro, quella di Ripepi è una rappresentazione dell’homo contemporaneo, e non 12994570_10201409831884555_618617764796450563_nl’uomo contemporaneo come in realtà appare. In ciò risalta la bravura dell’artista, cioè nella capacità di radiografare un’interiorità repressa, camuffata dal brusio e dall’iperattività odierni, e di esercitare una maieutica, che spoglia le creature della propria scorza estrapolandone, quasi sradicandone l’essenza per esibirla in primo piano. La fluida superficie umana, perennemente increspata, si prosciuga lasciando affiorare, ormai nitidamente visibile, l’abisso inesplorato e inattaccabile, il vero Io.

«Il santo indossa rozze vesti e cela nel seno la giada», recita il Tao Te Ching, testo cinese del quarto secolo avanti Cristo. Ripepi stracciando le vesti, rivela la giada in tutta la sua conturbante, quasi sconveniente bellezza. Una bellezza antica quanto l’umanità, eppure eternamente – e, nel caso delle opere dell’artista, magistralmente – rinnovata.

Paolo Emilio Pilone (Yolanthe Stratos) 

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